Quando lei nacque3 min read

di Rebecca Giusti

L’aria era piena di odore di betulle e si sentiva un rumore lontano provenire da case in festa. Era la mattina di Pasqua in un brutto paese nella campagna laziale, e Maria si tirava su a sedere pensando ai suoi ultimi anni. Sentiva che stava morendo, ma amava ancora guardare gli altri. Le era sempre piaciuto osservare le comari all’osteria, i signori che passavano con l’aria di chi non sa come è finito rinchiuso tra quattro mura e una moglie sgraziata da mantenere, dei bambini che urlano, voraci di parole dolci da parte dei legami familiari che hanno imparato a riconoscere nei loro primi mesi.

Si guardava ancora attorno come un tempo, anche se era ormai allettata da tre anni e pensava che, nonostante ormai non parlasse più e facesse fatica a ragionare sulla risposta a domande elementari che le venivano poste ad intervalli regolari come “Hai sete?”, “Vuoi mangiare?”, tutto, tutto, si poteva ridurre a bisogni del genere, e non se ne stupiva né rammaricava.

La storia scorreva come un flusso dove l’uomo mangia, beve, prova emozioni semplici che eventualmente si combinano tra di loro, camaleontiche come un mosaico. Ciò che sembra terribile, banale ed offensivo per la natura della specie più complessa mai vista, come ricondurre le imprese di un singolo semplicemente alla necessità di introdurre nutrienti nel corpo o ad altri impulsi naturali, era semplicemente quello che realmente accadeva. Si ricordava quando da piccola rimase sconcertata nel sapere che l’olio di gomito non veniva prodotto veramente da suo padre nella falegnameria dove lavorava insieme al nonno, ma era frutto di leggende, voci passeggere come il vento che sentiva a maggio nei campi, un modo di dire riguardo alla fatica che il suo vecchio provava durante la giornata, ripetitiva, sempre identica a sé stessa. Semplicemente ciò che aveva creduto non era vero, e che lei lo accettasse o no, la verità era rappresentata da altro. Quello che tutti vivevano; se ne accorgeva ora come fosse la conferma alla credenza che aveva maturato in tutti i lunghi anni in cui poteva ancora camminare, muoversi e parlare senza quel respiro affannoso e catarroso che le veniva adesso; era il risultato di stimoli, impulsi a cui non si poteva mettere un freno essendo esseri umani tutti uguali. Le sarebbe mancato, all’odore delle betulle che sentiva da giovane, non sentire più il desiderio di scappare come un cavallo pazzo, di quelli che davano in escandescenza e fuggivano non si sa dove. Percepiva quell’aroma ineffabile e dolciastro anche in quel momento: ciò che si avvertiva con l’olfatto scavalcava i divari generazionali e sarebbe stato sentito in lontananza anche dalle persone future che avrebbero abitato lì, che avrebbero corso e poi si sarebbero irrimediabilmente fermate come lei adesso. Niente avrebbe potuto far scomparire ciò che provava nel vedere il vento che dilagava nelle sue proprietà fuori dalla finestra rotta, il tepore che riscaldava le sue membra nel vedere sua figlia che cucinava con il forno a legna acceso, simile a una matrona crepitante incassata nel muro, il desiderio carnale che aveva sentito quand’era ancora una ragazzetta bionda e recalcitrante, un cavallo che correva sempre. Lei era bisogni, forze interne, era la voglia di mangiare pane e marmellata di fichi quando la vicina tornava a casa con cesti piene di frutta e i capelli sporchi, la pelle sudata e madida dallo sforzo fisico, la schiena incurvata come un ramo secco. Nella sua mente correva, mangiava, faceva l’amore, sentiva dentro di sé la natura primitiva come se fosse nata in quel momento, e pensava che anche se ferma, tutto intorno e dentro di lei si muoveva.

 

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