La filosofia tra le righe di un grande neurologo7 min read

di Camilla Donati, Thomas Paolinelli e Matilde Petretti

 

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è un libro scritto dal neurologo Oliver Sacks nel 1985 e racchiude una raccolta di storie cliniche che analizzano il caso in questione da un punto di vista umano e  medico, ma non solo, anche da un punto di vista neurologico. L’autore esplora nel testo diverse malattie neurologiche, anche ricorrendo a riflessioni filosofiche e citando, tra gli altri, Schopenhauer, Leibniz, Hume e soprattutto Kant. In questo modo Sacks avvicina il lettore alla realtà percepita dal paziente e fa in modo che esso ne comprenda le origini psichiche di queste neuropatologie.

Dal punto di vista filosofico, il libro affronta diverse tematiche che coinvolgono la percezione, l’identità e la natura della mente umana; in particolare, mette in discussione il concetto tradizionale di identità individuale e suggerisce che essa non sia basata esclusivamente sulla percezione visiva degli altri, ma possa essere intesa in termini più ampi. Nei casi di pazienti che percepiscono il loro corpo in modo disturbato o parziale, l’identità personale si riduce ad un fascio di sensazioni, che si succedono in maniera poco armoniosa. Hume appunto scriveva: “oso affermare che altro non siamo se non un fascio o un insieme di differenti sensazioni, che si succedono con inconcepibile rapidità, e in un flusso e movimento perpetui”.

Tra i casi che Sacks ci descrive troviamo un uomo che non percependo la sua gamba sinistra come parte del proprio corpo, tenta di gettarla giù dal letto e cade insieme ad essa; oppure una donna che si sente “disincarnata” e per riuscire a muoversi nello spazio ha bisogno di seguire ogni suo movimento con lo sguardo.

Il titolo del libro deriva da un caso clinico descritto da Sacks in cui un paziente, affetto da una rara forma di agnosia visiva, non era più in grado di riconoscere il volto di sua moglie e lo scambiava per un cappello. In particolar modo nella descrizione di questo caso l’autore mette in luce l’importanza del giudizio e del sentimento anche nella medicina e nella neurologia, riprendendo quanto affermato da Kant nella sua opera La Critica del Giudizio.

La storia che lo scrittore ci racconta è quella di un uomo singolare che conduceva una vita apparentemente normale come insegnante in una scuola di musica, ma al quale inaspettatamente capitava di scambiare parchimetri o idranti per bambini oppure di non riconoscere i suoi studenti se non grazie alla loro voce. Una delle visite che colpì maggiormente l’attenzione di Sacks fu quella in cui il Dottor P. afferrò con disinvoltura la testa di sua moglie cercando di sollevarla, convinto che fosse il suo cappello.  Questo strano comportamento viene definito da Sacks come agnosia visiva, ovvero perdita di “ogni facoltà di raffigurazione e di creazioni di immagini, ogni senso del concreto, della realtà”. In altre parole l’uomo si era trasformato in un calcolatore che decodifica il mondo attraverso relazioni schematiche e caratteristiche chiave.

Come sostiene Catia Crescente in un articolo scritto per il sito La Città futura, “questo spiega il perché l’uomo riuscisse a riconoscere Einstein osservandone il volto su una rivista grazie alla sua pettinatura inconfondibile, ma non il volto della moglie o l’espressività di un volto qualunque”(Catia Crescente, la Città futura, 2021). Inoltre Sacks riporta un altro esempio in cui spiega come l’uomo riuscisse a descrivere un guanto come una “superficie continua, avvolta su se stessa’’ e “dotata di cinque estensioni cave”, ma di come non riuscisse a intuire quale potesse essere l’oggetto che aveva davanti. Addirittura il paziente era arrivato a sostenere che ci fossero varie possibilità interpretative: poteva trattarsi di “un portamonete, per esempio, per monete di cinque valori diversi.”  Era, quindi, in grado di vedere caratteristiche, proprietà, singoli particolari, ma non l’intera immagine nella sua completezza. Il mondo visivo del Dottor P. è schematico, astratto e inanimato; un mondo in cui non esiste la realtà della sensazione, dell’immaginazione o dell’emozione. L’ultimo esempio che Sacks fa al riguardo è quello in cui il Dottor P. riesce a riconoscere una rosa solo attraverso il suo profumo, facendoci capire che gli oggetti tornavano per lui ad essere tali solo se esaminati dagli altri sensi.

Il musicista in questione riusciva ad utilizzare proprio la musica per mantenere un collegamento con la realtà. Trasformando tutto in melodia e mantenendo costante la sua routine giornaliera, era in grado di creare nuovi schemi di azione che permettevano lo svolgere di semplici attività come mangiare e vestirsi. Il filo conduttore di tutta la narrazione è incentrato proprio sulle capacità della mente dell’uomo di ricreare un equilibrio, trovando nella musica una sorta di terapia. In tutta l’opera infatti si percepisce l’importanza della musica, per tutti gli esseri umani, soprattutto per quelli affetti da malattie particolari come quelle descritte da Sacks.

L’autore ce ne parla in maniera esplicita quando ci racconta la storia di Rebecca, definita una “ritardata”, “un’idiota motoria” che però aveva una gran passione per le parole, il teatro e la musica. Proprio durante questo capitolo Sacks scrive “il potere della musica, della narrazione e del teatro è di grandissima importanza pratica e teorica. La musica e la danza possono far scomparire di colpo ogni goffaggine di movimento”. Nelle persone affette da malattie mentali di questo genere è importantissima la musica, o una qualsiasi altra forma narrativa, proprio perché i “ritardati”, pur essendo incapaci, senza accompagamento musicale, di svolgere compiti semplici, sono in grado di compierli con esattezza se lavorano con un sottofondo musicale.

Ma tornando al caso del Dottor P. dobbiamo ancora spiegare cosa lega la sua agnosia visiva a Kant, il famoso filosofo autore della Critica della facoltà di giudizio. Lo stesso Sacks risponde a questa domanda, e lo fa ponendosi un’ulteriore domanda: cosa aveva perduto realmente l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello? Egli aveva perso la capacità di ‘’formulare un giudizio cognitivo, pur essendo in grado di produrre ipotesi cognitive’’. Il Dottor P. subisce una grave perdita, ovvero, alla “classificazione e ordinamento in categorie” non affianca più “un’attività di giudizio e sentimento”, ed è proprio ciò che lo rende sempre più simile ad un elaboratore, piuttosto che ad un essere umano. Per essere umani abbiamo bisogno del concreto e del reale più di quanto riusciamo a rendercene conto e proprio ciò che crediamo ci renda tali, ovvero l’astratto, il calcolo e così via, senza giudizio ci rende simili a macchine.

Per queste ragioni, Sacks evidenzia il ruolo fondamentale della facoltà di giudizio ma, prima di lui, già Kant aveva intuito quanto fosse necessaria. Come afferma Luca Vetrugno in un suo articolo su Superuovo (2018): “Kant scrive che il ‘Giudizio’, in particolare il Giudizio riflettente, è quella facoltà che mette d’accordo la ragione esercitata dall’intelletto (ragion pura) e la ragione esercitata dalla volontà morale (ragion pratica). Il giudizio è, per Kant, fondamentale perché giudicare equivale a pensare e a conoscere, in quanto il conoscere è una parte del pensare: ogni volta che si conosce, si giudica. Viene chiamato ‘riflettente’ proprio perché il soggetto ‘riflette interiormente sulla realtà che lo circonda’, formulando un giudizio personale che esula dai ragionamenti intellettivi o da applicazioni morali.

Se la ragion pura permette d’inquadrare la realtà tramite le 12 categorie dell’intelletto, e la ragion pratica permette di guidare i nostri comportamenti, il giudizio riflettente permette di capire la vera finalità dell’uomo e della realtà che lo circonda. Ciò che Sacks vuole esprimere, nel racconto di questo particolare caso, è che la scienza da sola non basta. La neurologia ha bisogno anche di un giudizio personale da parte dei loro medici poiché, come insegna il caso del dottor P., l’uomo non è nulla senza quella capacità di giudizio che lo porta a interiorizzare un aspetto della realtà, a farlo proprio. Il sentimento che ognuno di noi prova nel condurre qualcosa non va ignorato, ma ascoltato attentamente assieme alla logica dell’intelletto e alla volontà morale che è in tutti noi.”

 

 

Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Milano, 1985, Adelphi Edizioni.

 

 

 

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