Perché il giornale3 min read

di Abramo Matteoli*

Chi di noi riesce sempre a viver bene? Scossi dal verso contorto della voce interiore, appesantiti dall’aria stantia del quotidiano nervoso, redarguiti da desideri distanti e speranze tradite. Schiacciati, con incertezza di noi, nell’immensità del cosmo, dall’assurdo esistenziale del vero.

I giorni dell’umano pensante sono tortuose avventure di resilienza. Sono spietata ed incessabile guerra contro spaventosi avversari psicologici. Parassiti mentali della nostra quiete lontana.

Battaglie di questo genere le combattiamo in molti. Spesso rispettosi del silenzio imposto dal pudore della nostra interiorità. Ci accingiamo con forza a compiere il dovuto compito per il giorno che viene, rispettando gli appuntamenti e seguendo il copione. Sconfiggiamo la fastidiosa presenza dei sentimenti più forti, con l’inaugurazione del vuoto interiore e con l’indifferenza.

Le pulsioni che fastidiano il quieto scorrere dei nostri giorni si vedono affogate dal fortissimo clamore del nostro determinato trantran. Ci salviamo dall’affanno di noi stessi evitando di sentirlo. Se ho troppo da fare, non dovrò fronteggiare il dolore. Se ho troppo da fare, non ho tempo per altro. Se ho troppo da fare, non esiste nient’altro.

E’ esattamente da qui che il giornale assume la forma di una ghiotta occasione per il romanticissimo riscatto personale.

Lo spazio del giornale ci dice che lo scomodo sentire che portiamo nella nostra mente non è, necessariamente, un avversario da battere. Piuttosto, è una potente onda che possiamo cavalcare.

Nel nostro quotidiano può esistere spazio per gestire le idee inespresse, le impressioni imbarazzanti, e i ricorrenti pensieri soffocati. Da umani che vivono, possiamo trovare una felice convivenza con la nostra mente laboriosa attraverso il mezzo dello scrivere per tutti. Divenendo, così, alleati dei giorni altrui, e della coscienza nostra.

Ecco che, con il giornale, si apre un varco attraverso cui le idee vengano chiacchierate, affinché le opinioni si consolidino, e perché la discussione abbia un senso.

Non c’è bisogno di essere mossi dal sentimento di giustezza che porta con sé il conversare di interrogativi importanti. Lo scrivere non giunge dal bisogno che ha un avvenimento di essere descritto, ma piuttosto dall’unicità che il nostro scrivere può raggiungere.

Non si scrive perché si deve, ma perché si può.

Solo noi possiamo esser noi, e il nostro contributo è colonna importante del tempio delle opinioni.

Così realizziamo noi stessi, e sposiamo il nostro essere. Produciamo l’espressione di noi stessi attraverso ciò che il mondo esterno ci fa sentire. Attraverso il mezzo dell’opera imposta. Così come i pittori del Rinascimento, che comunicavano una propria unicissima arte servendosi dei monotoni soggetti commissionati.

Senza paura, scriviamo come solo noi sappiamo fare. Cavalcando l’onda delle ore che passano, scampando all’annegamento sotto un diluvio di giorni dimenticabili.

Così facendo produrremo arte con l’articolazione del nostro pensiero, rispedendo al mittente le percosse e le ingiurie della sorte atroce.

Creiamo luce di significato, nel buio mondo dell’incertezza.

Siamo vivi, e proprio tu puoi dirci di più.

Dunque?

*Abramo Matteoli si è diplomato al “Vallisneri nel 2020”. Poi, si è laureato in Psicologia a Manchester. Adesso, il più delle volte, non sappiamo dove si trovi.

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